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	<title>Paulerenee.com: Punti di vista</title>
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	<description>Lo sguardo sulle cose di Paule Renée</description>
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		<title>Interview a raymon Dassi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 11:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[intervista a Raymon Dassi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		H3 { margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm; page-break-after: auto } 		H3.western { font-family: "Times New Roman", serif; font-size: 13pt; so-language: it-IT } 		H3.cjk { font-family: "Lucida Sans Unicode"; font-size: 13pt } 		H3.ctl { font-family: "Tahoma"; font-size: 13pt } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } -->Decisamente il 2009 è condannato a rappresentare l’anno dei cambiamenti non solo negli Stati Uniti… Infatti, per la prima volta nella nostra regione avremo un assessore di origine straniera: Raymon Dassi, neo assessore al comune di San Lazzaro. Sarà il solito italiano di origine straniera, messo li più per fare scena che per il suo valore reale? Guardando il suo percorso, la risposta è ovvia: il comune è solo una conseguenza logica e non una coincidenza.</p>
<p>I nostri lettori risconosceranno in Raymon il nostro editorialista, altri invece vedranno in lui il giornalista di radio, poi il mediatore, l’informatico…Ma chi è realmente Raymon Dassi?</p>
<p>Sappiamo ch’è arrivato in Italia 12 anni fa, sposato con Sonia e hanno 3 figli (Nicole, Gabriel e Filippe). Da mediatore culturale per enti pubblici e privati, anche <em>Community organiser </em>nel comune di C<strong>asalecchio di Reno</strong> (2000-2005) a presidente del Forum metropolitano 2007), ha sempre dovuto affrontare le problematiche che vivono gli immigrati in Italia. Ora proviamo a scoprire chi è realmente Raymon Dassi, al di là del nome e dei titoli ufficiali.</p>
<p lang="it-IT">Per preparare l’intervista ho voluto scoprire cosa si dice di te in giro. La fonte più ricca di informazioni rimane internet. Perciò sono andata su un motore di ricerca e ho scritto il tuo nome. La primissima pagina raccontava  il tuo percorso personale e aveva come titolo </span><span style="font-size: small;"><em>“</em></span><a href="http://raymondassi.com/"><em><span style="color: #0000ff;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">Raymon Dassi</span></span></span></em><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"> &#8211; </span></span><span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: small;"><em>Prince des Montagnes Baloum</em></span></span></span></a><span style="font-size: small;"><em>” </em></span><span style="font-size: small;">Perché questo titolo</span><span style="font-size: small;"><em>?</em></span><span style="font-size: small;"> </span></p>
<h3 lang="it-IT"><Sono per davvero principe perché discendente del capo villaggio Baloum in Camerun. Personalmente tengo a mantenere il titolo nobile per non rinnegare le mie radici e soprattutto perché si traduce tramite atti diretti verso le persone del villaggio di origine. Il titolo è solo la punta del’iceberg perché rimanere legato a questo nome significa anche non rinnegare i valori associati a questo ruolo cioè la solidarietà ed il rispetto. Sono valori importantissimi per me. Infine, tengo a non rinnegare le mie orgini da montanaro da quanto mi sono accorto che, a torto, sono presi in giro ovunque, ignorando il fatto che esserlo è una fierta che non tramonta mai.</h3>
<p lang="it-IT">Dal tuo sito personale <span style="color: #000080;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://raymondassi.com/"><span style="font-size: small;">http://raymondassi.com/</span></a></span></span><span style="font-size: small;"> hai detto <em>“Sì, qui sul sito, di me posso dire poco. in generale mi imbarazzo parlare di me, ma quando mi passa l&#8217;imbarazzo, lo faccio sul serio… sono pronto a raccontarti di più, se mi contatti” </em>Noi l’abbiamo fatto…Al di là dell’uomo pubblico che sei ormai, chi è il vero Raymon Dassi nel privé, marito e padre?</p>
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		<title>Cara Cittadinanza</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 19:35:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mittente:
Immigrati Residenti
Via Brava Gente Ignorata
Italia
Destinatario:
Sig.ra Cittadinanza
Via del Diritto Negato 15
Stato Italiano
Cara Cittadinanza, quasi tutta la vita ad aspettarti
Cara signorina Cittadinanza, ti scrivo oggi tanto per parlare un po’ e per raccontarti cosa provo.
Sia che quando sono arrivata in Italiala prma cosa che mi hanno detto era di prendere subito la residenza? Ovviamente non ne capivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mittente:<br />
Immigrati Residenti<br />
Via Brava Gente Ignorata<br />
Italia</p>
<p>Destinatario:<br />
Sig.ra Cittadinanza<br />
Via del Diritto Negato 15<br />
Stato Italiano</p>
<p>Cara Cittadinanza, quasi tutta la vita ad aspettarti</p>
<p>Cara signorina Cittadinanza, ti scrivo oggi tanto per parlare un po’ e per raccontarti cosa provo.<br />
Sia che quando sono arrivata in Italiala prma cosa che mi hanno detto era di prendere subito la residenza? Ovviamente non ne capivo l’importanza, dal momento in cui avevo un contratto d’affitto regolarmente registrato presso la autorià competenti. Poi mi hanno spiegato che il contratto non basta per dimostrare di aver vissuto in Italia per tutti questi anni. Sai quanti giri ho fatto per trovae gli uffici? Poi all’epoca ero appena arrivata dal mio bel paese in Africa e non avevo le conoscenze di base giuste per organizzarmi. Pensa a quanta fatica per interpretare quelle mappe sul “Tutto Città” quando da dove venivo io le vie non hanno il numero civico ma è già tanto se la via ha un nome ufficiale. Ma guarda che nessuno si è mai perso perché hai sempre il bar, il negozio all’angolo della strada che fa da punto di riferimento. Poi se succedeva, come si dice “chi non ha testa ha gambe”, dunque ti facevo qualche kilometro in più con pazienza. Prova ad immaginare la differenza di schema mentale che hanno queste persone rispetto ad un italiano, che si perde ovunque se non li dai un indirizzo completo con i dettagli sulla via ( poi se non gli dai i dettagli sulla frazione, il nome corretto abbinato al cognome che dà il nome alla via… si arrabbia pure!). Comunque ho fatto un sacco di giri per la casa, il codice fiscale ecc. … Ho seguito alcune procedure anche per averlo sentito dire.. poi un foglio in più è sempre meglio di uno in meno. Confesso ad esempio che per  il codice fiscale non sapevo a che cosa avrebbe potuto servirmi ma qualcuno mi avevo detto che senza questo documento, avrei avuto dei problemi con il fisco. Sai per le persono che provenegono da paesi cosidetti in via di sviluppo ( dovrei dire sottosviluppati oppure emegenti? Non ricordo più in base a quali critri hanno dato l’etichetta), con una storia nella quale l’esercito hanno giocato un ruolo fondamentale, l’ipotesi di avere a che fare con loro è un fattore conivincente per fare il bravo.<br />
Dunque ho fatto il bravo per tanti anni, pagato le tasse, affitto in regola e tutto quello che ti puoi immaginare. Sono passati gli anni poi ho cominciato a sentirmi a casa mia qui e volevo ufficializzare questa relazione simbiotica.<br />
Appena ho chiesto di poter invitarti a fare parte della mia identità, la mia vita ( se posso chiamarla cosi considerando le garanzie che ho) è cambiata. Da quel momento sembravo spariti gli anni passati qui e le autorità mi hanno dato l’impressione di nonn essere molti contenti di questa mia inizaitiva. Altrimenti non mi spiego gli anni di giacenza dei documenti tra gli uffici ed il fatto di mettere una media di 2 anni per avere la convalida della traduzione in Italiano dell’atto di nascita e dello storico del casellario giudiziario presso l’ambasciata italiana del paese di origine. Sono documenti per avviare la pratica per un incontro con te. Poi se riesci finalmente ad avere questi documenti, sai che passano in media altri 3 anni come minimo? Nel frattempo potresti anche perdere il lavoro e ritrovarti al punto di partenza come gli altri appena arrivati. Nel frattempo, se metto su famiglia, mio figlio potrebbe vivere qui per tutta la vita ma se scherza, dopo i suoi 18 anni potrebbero rispedirlo nel mio paese di origine ( he tra l’altro non conosce nemmeno).<br />
Scusami se te lo chiedo, non per fare l’italiano e farmi raccomandare… ma la partenza in pool position per venire da te non c’è ? Dare maggior peso al valora aggiunto che porta l’immigrazione, non viene proprio in mente ai tuoi collaboratori?<br />
Pensaci poi fammi sapere . va bene per te?<br />
A presto.<br />
N.B. Comunicazione personale e confidenziale. Da consegnare in mano al destinatario</p>
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		<title>Corpo in Italia cuore altrove</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 19:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo questo mese di festività, tutti si aspettano sicuramente che parliamo dei momenti di gioia trascorsi insieme. Potremmo dilungarci all’infinito sugli auguri del Nuovo Anno, sui nuovi obiettivi, sulle grandi decisioni da prendere. Ma questo sarebbe solo puro conformismo…per l’usanza secondo la quale dicembre è un mese di felicità il cui inno deve essere cantato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo questo mese di festività, tutti si aspettano sicuramente che parliamo dei momenti di gioia trascorsi insieme. Potremmo dilungarci all’infinito sugli auguri del Nuovo Anno, sui nuovi obiettivi, sulle grandi decisioni da prendere. Ma questo sarebbe solo puro conformismo…per l’usanza secondo la quale dicembre è un mese di felicità il cui inno deve essere cantato attraverso cene e regali vari. Il conformismo serve a volte solo a dare certezze a coloro che ne hanno bisogno per sentirsi membri perfettamente inseriti nella società. Ogni volta che abbiamo scritto, è sempre stato chiaro che non abbiamo bisogno di essere rassicurati, il nostro impegno va oltre la semplice condivisione di usanze e tradizioni. Cerchiamo di guardare oltre il muro per cogliere quel attimo sfuggente che caratterizza a volte la vita dell’immigrato. Ecco perché, pensando al tema di cui trattare oggi, è sorta una domanda spontanea a proposito del periodo delle feste….<br />
Nessuno di voi ha mai provato ad immaginare quali emozioni provano gli immigrati in quel periodo? Per loro è veramente festa?<br />
Le ricorrenze religiose non si traducono sempre in momenti di grande allegria per gli immigrati. Quando il tempo trascorso in Italia è più lungo di quello trascorso nella propria terra di origine, ogni festività diventa anche un momento pieno di nostalgia. Si ripensa agli amici e parenti lasciati a casa, e con i quali sarebbe stato bello festeggiare; si pensa anche ai modi in cui si festeggia a casa. Infatti in Italia c’è lo zampone e il panettone…nel paese di ogni immigrato ci sarà qualche rito oppure usanza ricorrente. Dunque la nostalgia è anche culinaria quando allo zampone preferirebbe un piatto tipico del suo paese, in cui ingredienti non si trovano in Italia.<br />
Con l’avvicinarsi delle fine dell’anno, la nostalgia si trasforma a volte in rimpianto per le scelte fatte, per le opportunità di crescita sia professionale che personale perse per il fatto di avere immigrato. Allora il natale, il capodanno oppure la festa della fine del ramadan si riducono in una domanda: “chi me l’ha fatto fare?” Poi ci si chiede come sarebbero andate le cose se fossimo rimasti a casa.<br />
Il periodo delle festività non è solo dedicato a pensieri negativi, c’è anche un filo di entusiasmo. Si contano ad esempio gli anni che ci rimangono prima di potere chiedere la carta di soggiorno oppure la cittadinanza; si contano i giorni che mancano all’appuntamento con la questura per la procedura del ricongiungimento di un membro della famiglia pensando “almeno l’anno prossimo saremo in due”. Qualche volta si riesce anche ad organizzare una festicciola con i connazionali a casa di uno, cercando disperatamente di creare una pallida copia dell’atmosfera che si respira nella terra di origine. Le feste sono questo misto di gioia e di dolore con il quale gli immigrati imparano presto a convivere. Riescono a convivere con sentimenti cosi contrastanti perché hanno dentro di loro l’amore che provano per l’Italia.<br />
A qualcuno sembrerà che passiamo più tempo a criticare e non lodare, a piangere su noi stessi piuttosto di impegnarci per fare migliorare le cose. Poi qualcuno dopo avere letto i paragrafi qui sopra, si potrebbe lasciare scappare “perché non tornate a casa vostra se tutto è complicato e difficile qui?” Questa persona non avrà capito che la nostra lamentela è solo l’albero che nasconde la foresta. Questa foresta è l’amore nato per l’Italia. Si, gli immigrati amano l’Italia ed è per questo che non scappano verso i paesi dove la strada è già stata spianata da altri. Ad alcuni sarà difficile capire questa verità cosi elementare, ma di solito, più si ama una cosa, una persona, più si diventa esigente nei suoi confronti. Amare questo paese non vuole dire sciogliersi in lode infinite, per evitare il confronto e fingendo di essere quelli che non siamo. Amare questo paese significa chiedergli il meglio, ma essere anche pronti a dare molto per meritarcelo. Ecco perché siamo qui e sfidiamo con pazienza gli anni che passano augurandoci di avere la possibilità di godere dei risultati di questa testardaggine: sentirci in Italia come a casa.<br />
Rendez-vous tra 12 mesi per guardare insieme quanta strada avremo percorso!</p>
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		<title>La storia…siamo noi</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 22:51:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le persone che hanno avuto la fortuna di nascere tra il 1970 e il 1980 possono sentirsi fortunate perché testimoni di eventi storici. 
 Chi l’avrebbe mai detto che avremo avuto la fortuna di vedere Nelson Mandela uscire di prigione? Chi l’avrebbe mai detto che saremo vissuti abbastanza a lungo da vedere anche la caduta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le persone che hanno avuto la fortuna di nascere tra il 1970 e il 1980 possono sentirsi fortunate perché testimoni di eventi storici. </p>
<p> Chi l’avrebbe mai detto che avremo avuto la fortuna di vedere Nelson Mandela uscire di prigione? Chi l’avrebbe mai detto che saremo vissuti abbastanza a lungo da vedere anche la caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda? E la cosa incredibile è che non abbiamo mai osato sognare di essere testimone di una pagina cosi importante della politica mondiale: vivere il cambiamento del volto dell’America tramite il personaggio carismatico del meticcio Barack Obama. </p>
<p>Ripeto meticcio, perché nessuno deve pretendere di cancellare il fatto che non sia semplicemente un nero, ma che Obama è il frutto di un misto tra bianco e nero. Il fatto storico non sta nel fattore razziale quanto nel fatto che rappresenti al meglio l’identità delle nuove generazioni. Oggi la società è un misto infinito di razze, di colori e di religioni. Trovare nel mondo un capo di stato che faccia parte di questa nuova identità ibrida è una vittoria anche per l’antropologia culturale contemporanea. Ci conferma solo che l’essere umano è in un continuo evolversi, fattore rassicurante per la coesione sociale della società di domani.</p>
<p>  Se il passare del tempo ci desse sempre la certezza di vivere momenti cosi decisivi della storia, allora non vedremo l’ora di invecchiare ancora ed ancora… Tanto da arrivare all’età della saggezza, quando saremo nonni e nonne e che diremo ai nostri nipoti “ Sai che c’ero e l’ho visto con i miei occhi?” e che i nipotini, con gli occhi brillanti di ammirazione diranno “Dai racconta!”. Che bello, stiamo veramente diventando parte della storia!</p>
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		<title>Attacare per primi per difendersi meglio</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 20:49:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La scelta di attaccare l’avversario per primi è stata utilizzata tante volte dalle squadre di calcio ma comincia a diventare una strategia diffusa nelle relazioni sociali. Il caso dell’uccisione a sprangate del cittadino italiano Abdul Guiebre il 14 Settembre scorso è solo la triste conseguenza di un disagio sociale le cui radici stanno ben oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scelta di attaccare l’avversario per primi è stata utilizzata tante volte dalle squadre di calcio ma comincia a diventare una strategia diffusa nelle relazioni sociali. Il caso dell’uccisione a sprangate del cittadino italiano Abdul Guiebre il 14 Settembre scorso è solo la triste conseguenza di un disagio sociale le cui radici stanno ben oltre la solita storia di cronaca. Abdul è stato la valvola di sfogo di un disagio sociale in crescita costante. Abdul è stato l’espressione della rabbia e dell’esasperazione. Certo questa rabbia è stata espressa nei modi e con gli interlocutori sbagliati ma non serve aspettare un altro Abdul per aprirci gli occhi.<br />
Con l’amarezza di chi ha camminato a lungo sui sentieri di svariate formule culturali, dobbiamo riconoscere che la società odierna deve fare fronte alle grandi sfide della vita presente. Sfide non facili da affrontare come l’abbassamento del potere di acquisto dovuto al delta indecente  che c’è tra gli stipendi e il costo della vita; come la difficoltà per le famiglie di arrivare a fine mese; come la quasi impossibilità per i giovani di aver accesso ad un mutuo. Fino a pochi anni fa la bravata di Abdul sarebbe finita con una paio di bestemmie da parte del commerciante, avrebbe brontolato e ci avrebbe forse riso su. Oggi le carte in tavola sono cambiate e la gente non può più concedersi il lusso di esser indulgente con il prossimo. L’incertezza dell’indomani, di una pensione, il forte eco mediatico con informazioni degne dell’annuncio della fine del mondo hanno contribuito ad uccidere negli italiani il seme della fratellanza. Cosa penseresti se da un lato i mass media ti facessero solo vedere persone che arrivano nel tuo paese e che, secondo loro, stanno mettendo in ginocchio il sistema di assistenza sociale; poi dall’altro lato non ci fossero mai abbastanza soldi per soddisfare le richieste delle popolazioni locali, secondo voi quale tipo di associazione subliminale stanno facendo?<br />
In televisione nessuno vede i volti di persone simili ad Abdul, nessuno parla di quei immigrati che si sentono a volte più italiani degli italiani stessi. Infatti, il fatto che un italiano possa essere nero non è ancora entrato nel subconscio della popolazione media come lo dimostra il comportamento dei mass media che hanno continuato a parlare di Abdul come del “ragazzo di colore con cittadinanza italiana ma di origine del Burkina Faso”. Bel esempio!<br />
Inoltre in televisione gli sbarchi a Lampedusa sono diventati la garanzia di fare audienza fingendo di fare del giornalismo. Anche se gli immigrati regolari in Italia sono più di 3 milioni e che a Lampedusa arrivano solo il 10% dei clandestini, la trasformazione dell’informazione per renderla più allarmante (e dunque più attraente) di quanto lo sia veramente ha portato una parte della popolazione ad associare l’immigrazione alla delinquenza, a coloro che chiedono sempre e non danno mai. Nella loro crociata i mass media hanno dimenticato i dati sul contributo degli immigrati al PIL italiano…Hanno dimenticato che si fanno opere di pace coloro che, per mezzo dell’informazione, eliminano lo schermo delle distanze.<br />
Gli immigrati devono essere pazienti. La pazienza può sembrare una virtù passiva ma non lo è. Dobbiamo avere una pazienza coraggiosa ed un coraggio paziente davanti a fenomeni che molte volte ci preoccupano perché aumentano la distanza tra gli immigrati e gli italiani. Allora la pazienza diventa una forza perché garantisce la vittoria, in un futuro prossimo, della verità. L’immigrato deve anche aspettare che la gente impari a guardare il mondo che li circonda con lenti diverse da quelle che regalano i mass media. L’italiano medio ci sta arrivando, piano piano ma ce la sta facendo. E noi ci saremo quando sarà ultimata la costruzione del ponte tra Italiani ed Immigrati. </p>
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		<title>Akiba</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 20:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sin da piccoli in Africa i figli sono abituati a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e a dire “Akiba” che nella lingua della popolazione Fang in Africa Centrale significa “grazie”. Pensate sicuramente che non ci siano motivi abbastanza validi perchè le popolazioni dei paesi del Terzo Mondo (il primo ed il secondo mondo…dove si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sin da piccoli in Africa i figli sono abituati a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e a dire “Akiba” che nella lingua della popolazione Fang in Africa Centrale significa “grazie”. Pensate sicuramente che non ci siano motivi abbastanza validi perchè le popolazioni dei paesi del Terzo Mondo (il primo ed il secondo mondo…dove si trovano?) abbiano molto da ringraziare vero?</p>
<p>Avete ragione pure voi perché il ringraziamento sottende l’espressione di una soddisfazione, di un eventuale bisogno al quale l’individuo riesce a dare une risposta. In Italia, quante volte gli immigrati dovrebbero dire “Akiba” e quanti di loro avrebbero voglia di direlo con la gioia nel cuore?</p>
<p>Nella definizione del dizionario, la felicità è una condizione, un’emozione fortemente positiva percepita soggettivamente, sempre secondo criteri soggettivi. Etimologicamente la parola felicità deriva da “felicitas” con la radice in latino “fe” che significa ricchezza e proprietà. Gli inglesi traducono questa sensazione di appagamento sia materiale che psicologico con il termine “happiness”.<br />
Ma il ringraziamento non è sempre segno di felicità e può esprimere concetti completamente diversi. Il ringraziamento può diventare ironico, satirico a seconda del contesto. Può esprimere a volte la compassione e perchè no, anche l’atteggiamento empatico nell’accettare l’incapacità di colui che si ha di fronte, di andare fino in fondo in un processo di auto-critica. Infatti, è umano sbagliare ma rendersene conto è un capacità di auto-critica positiva che non hanno molte persone.<br />
Gli immigrati potrebbero dire “Akiba” per vari ed infiniti motivi:</p>
<ul>
<li>“Akiba” per tutte le circolari ministeriali che, senza modificare la legge Bossi- Fini, hanno permesso a molte famiglie immigrate di rimanere insieme senza certezze sul futuro ma imparando a godersi il presente. (Satirico)</li>
<li>“Akiba”  perché tifiamo per le squadre italiane  ma nessun canale televisivo si è degnato di seguire con un minimo di interesse la Coppa delle Nazioni Africane (svoltasi in Ghana dal 20 Gennaio al 10 Febbraio 2008) cioè l’equivalente del Campionato Europeo per il continente africano. (Amarezza)</li>
<li>“Akiba” perché nessun politico ha presentato una proposta di riforme sull’immigrazione al fine di lottare da un lato contro la criminalità e dall’altro di dare maggior diritti a quella fetta di immigrati onesti. (Delusione)</li>
<li>“Akiba” perché lavoriamo, paghiamo le tasse ma non sappiamo con certezza se i soldi che diamo all’INPS ci torneranno mai in tasca. Chissà, fino a poco tempo fa chi decideva di tornare nel proprio paese di origine aveva diritto di prendere i soldi accumulati, senza gli interessi. E’ bastata una nuova legge per bloccare tutto. E se da un giorno all’altro votassero una legge che concede il diritto alla pensione esclusivamente agli italiani, fra 30 anni, che cosa faremo? (Indignazione)</li>
<li>“Akiba” alle persone che sono rimaste “piacevolmente” sorprese quando hanno incontrato un bravo immigrato e che da quel giorno sono diventate loro portavoce   (Orgoglio)</li>
<li>“Akiba” per le ricette meridionali in cui ingredienti hanno molto in comune con molti piatti africani, il che ci fa dire con orgoglio “alla fine siamo tutti fratelli”(Fratellanza)</li>
<li>“Akiba” soprattutto a coloro che credono ancora nell’arricchimento reciproco tramite l’incrocio e l’intreccio di culture varie! (Ottimismo)</li>
<p>Visto quanti significati possiamo dare ad una parola in base al contesto?</p>
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		<title>La legge della natura</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2008 22:47:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ciao M’ma.
Come sempre mi rivolgo a te quando devo esprimere dubbi o perplessità. Sono passati giorni e giorni dalla mia ultima lettera che ti ho scritto e avrai sicuramente pensato che le cose vanno meglio. In un certo senso posso darti ragione. Ma per il resto è un disastro.
Come stanno P’pa e tutto il villaggio? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao M’ma.</p>
<p>Come sempre mi rivolgo a te quando devo esprimere dubbi o perplessità. Sono passati giorni e giorni dalla mia ultima lettera che ti ho scritto e avrai sicuramente pensato che le cose vanno meglio. In un certo senso posso darti ragione. Ma per il resto è un disastro.</p>
<p>Come stanno P’pa e tutto il villaggio? Li a casa sarà sicuramente la stagione secca. Qui la chiamano l’estate e fa caldo da morire. Solo che il caldo è più difficile da sopportare qui perché non ci sono gli alberi lungo la strada come a casa e l’aria non è asciutta. Forse si sta peggio perché non hai un filo d’ aria.</p>
<p>Qui il tempo scorre veloce ed ogni tanto cerco di ricordarmi con grande fatica l’ultima volta che ho ascoltato la natura che mi circonda. Ti ricordi le vacanze  nel villaggio come ci svegliavamo con il canto dei galli e i rumori della natura vicina, i passi delle donne che si recavano alla sorgente d’acqua, i bambini che cominciavano ad organizzarsi per finire i lavori di casa il più presto possibile per poter giocare tutti insieme?</p>
<p>Per te sono ricordi cosi futili e cosi lontani. Il tuo mondo è sempre stato quello.. Perché dovrebbe meravigliarti più di tanto? Invece per me, a distanza di anni, mi vengono le lacrime agli occhi.</p>
<p>Sai quando ho preso lo zaino e che sono partita per questo mondo cosi lontano ed affascinante che si chiama “Occidente” avevo portato tanti simboli che secondo me rappresentavano meglio casa nostra. Avevo preso delle statue, i nostri foulard coloratissimi, i tessuti e le specie. Dicevo “ con questo racconterò l’Africa ai miei nuovi amici”. </p>
<p>Oggi mi rendo conto che non puoi raccontare l’Africa a nessuno, né in quanto africano, né in quanto uomo di scienza e di storia. L’Africa è come un male difficile da curare: non guarisci mai del tutto. L’emozione che ti trasmette l’amore per questo continente, posso paragonare l’intensità di questo sentimento al dolore del lutto. Un emozione che ti strappa l’anima e che infatti, non puoi capire, a meno di averlo provato.</p>
<p>Ho portato le nostre statue ma era troppo difficile trasmettere le emozioni che si nascondevano dietro. Poi ho cominciato a prendermela con i miei amici che accusavo di non avere la correttezza culturale di vedere le cose al di là di quello che esse rappresentano fisicamente. Poi me la sono presa con la sociètà occidentale che ho sempre accusato di parlare dell’Africa solo in contesti di guerra oppure di fame…al massimo per mostrare gli animali. Ma con il passare del tempo.. sai che il tempo è impietoso nel farci scoprire noi stessi…</p>
<p>Dicevo che con il passare del tempo ho capito e ho fatto la pace con i miei amici. M’ma come puoi spiegare a qualcuno che non ha mai vissuto l’esperienza del canto del gallo al mattino di capire come mai il silenzio del suo mondo ti angoscia? Come puoi trasmettere l’emozione che hai provato senza tradirla? L’amore per l’Africa si capisce solo dopo averlo provato. Punto e basta. </p>
<p>A me invece manca da morire il rumore del mio mondo che si sveglia poco a poco ma che non vuole mai farlo da solo. Mi piace il vicino che piomba a casa tua la mattina per darti il buongiorno e chiedere notizie della famiglia. Lo amo ancora di più quando ha bisogno nel cuore della notte in caso di emergenza, e non chiama un taxi ma bussa alla tua porta, sapendo che brontolerai ma che non puoi non aprirla.</p>
<p>M’ma sapessi quanto l’ordine qui è spettacolare da lontano ma cosi triste da vicino. Odio quando mi alzo la mattina e che devo stare attenta a non sbattere le porte per paura di fare arrabbiare il vicino… Odio le feste organizzate con il cronometro pronto perché alle 23 la vicina può chiamare la polizia….e odio soprattutto l’orgoglio degli anziani che pure di non volere sentirsi un peso muoiono da soli in casa. .. M’ma il mio problema è che amo e non amo nello stesso momento il mio nuovo mondo.</p>
<p>Hum… ti vedo già sorridere  e pensare che non sono consapevole del fatto di essere una donna africana fortunata. Cosa vuoi dirmi? Che sono fortunata perché ho studiato e non mi trovo come tante altre, a dovere mettere il mio destino tra le mani del mio uomo? Boh forse hai ragione.. dico forse… Sicuramente non mi sposerò con uno che piace alla famiglia ma basterà che piaccia a me. Il villaggio non potrà dirmi nulla, sono troppo poco a casa per poter subire la loro influenza. Ma libera M’ma, non so se posso dire di esserlo.</p>
<p>Giù a casa pensiamo sempre che le donne in occidente siano libere e felici. Hanno più scelte si ma per quanto riguarda la felicità.. questo è un altro paio di maniche. Io ho osservato e provato tanti modi di sentirsi libere. Ho guardato con attenzione i nuovi codici di comportamento delle donne qui in Europa, l’indipendenza economica, i diritti, l’approccio culturale. Ma sai che ti dico? E ti invito anche a dirlo alle mie cugine durante il prossimo consiglio di famiglia: è il caos e non si capisce molto come comportarsi. L’indipendenza economica ha dato il coraggio alle donne di chiedere agli uomini di andare in cucina ogni tanto.. ma rimane il fatto che ci vanno di rado e solo (ovvio) quando vogliono. Solo che le donne sono rimaste fregate perché gli uomini non si sentono più i “galli” che devono provvedere al sostegno delle famiglia e aspettano la metà dell’affitto dalla donna.  Quando nascono i figli, se sbagliano, la società finge di fare la predica a tutti e due ma in realtà guarda di più la donna. Io mi diverto osservando le mie amiche che lavorano 8 ore in ufficio come gli uomini poi ne fanno altre  con la faccende di casa. Poi devono fare ginnastica (bisogna sempre esser in forma),e dicono con orgoglio di aver raggiunto la parità!</p>
<p>Ovviamente da tutto questo ho ereditato qualcosa! Ma non ti dico che misto strano di valori abbiamo noi donne immigrate in Europa. Poi quante scelte lancinanti siamo costrette a fare! Da una parte abbiamo copiato alcuni aspetti della società occidentale come imparare ad esprimere le nostre emozioni. Ma dall’altra parte abbiamo cambiato le nostre aspettative rispetto ai nostri uomini. Adesso il problema è che siamo troppo occidentali per gli uomini delle nostre terre e, forse troppo poco occidentali per gli uomini di qua. Bel pasticcio anche perché rimane sempre il dilemma di dover dissociare due mondi ormai inseparabili. Pensa ad un piccolo dettaglio: lo sai che qui il pelo sulle gambe è una cosa impensabile per una donna? Le mie amiche ridono quando dico che P’pa si era preso la cotta per te anche grazie al piccolo duvet liscio che avevi sulle gambe. Per loro qui è impensabile mentre P’pa si metterebbe sicuramente a ridere solo all’idea di immaginarsi una donna senza un pelo. Questo è uno dei piccoli dettagli che ci complicano la vita qui. Vedi se ti metti con un uomo di queste parti, beh sarà felicissimo  che tu non abbia nessun pelo. Invece se vuoi metterti con uno delle nostre parti, avrà l’aria un po’ dispiaciuto la prima volta che osservando le tue gambe si accorgerà che sono depilate! </p>
<p>Potrei continuare ore per ore ad elencarti episodi dello stesso genere ma volevo solo dirti che secondo me rimaniamo sempre prigionieri, per tutta la nostra vita, di qualcosa: del nostro passato, della cultura che ci ha trasmesso la società nella quale siamo nati, delle convenzioni, dei valori delle nostre famiglie di origine. Non ci serve a nulla cercare invano, al di fuori della nostra persona, altri codici e punti di riferimento perché li abbiamo già dentro di noi. M’ma credo che i miei figli nasceranno qui, lontano dalla mia terra ma saprò raccontargli la nostra storia, dalle montagne del kilimandjaro all’isola di Gorée in Casamance alle meraviglie della Tanzania. Gli saprò raccontare anche la storia dei nostri eroi Soundiata Keita, Nkrumah, Zulu, Sankara e la storia della loro dinastia. Li insegnerò il ballo della pioggia e canteranno i gospel nella nostra lingua. Farò come te, li farò leggere la Parola Santa in varie lingue cosi si sentiranno sempre a casa ovunque andranno. Li farò innamorare del nostro villaggio prima ancora di vederlo cosi quando lo vedranno finalmente, non potranno fare a meno di amarlo ancora di più. Nulla è più meraviglioso di amare una cosa che credi che non potrai mai avere. L’attesa di quel momento la rende ancora più importante ai tuoi occhi. Il tempo è eternità per colui che sa aspettare. E sarà lo stesso per loro. Quell’Africa la vedranno forse solo una volta nella loro vita, ma basterà perché provino il bisogno di raccontarla ai figli dei nostri figli. </p>
<p>Poi non so ancora con chi li farò ma non  ti preoccupare M’ma, i miei figli saranno diversi dagli altri perché rappresenteranno il fallimento di coloro che non credono che l’immigrazione non è una risorsa necessaria, per quelli che pensano che esser diversi equivale ad essere incompatibili. I miei figli saranno lo scherzo di cattivo gusto che farò a queste persone. PROMESSO!<br />
Adesso devo andare a lavorare M’ma. Salutami tutto il villaggio e ricorda a P’pa Gatsimi che non ho dimenticato il modello di scarpe che mi aveva chiesto.</p>
<p>A presto.. Inch Allah</p>
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		<title>Il PIL a colori</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2007 21:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal 12 al 20 Ottobre scorso si è svolta nelle città di Milano, Torino, Biella la quinta edizione del convegno Welcome Marketing nel quadro del festival per l’Economia Interculturale. Era l’occasione per iniziare una riflessione collettiva sull&#8217;economia interculturale da trasferire in un documento disponibile per studiosi, ricercatori, aziende interessate a sviluppare una piattaforma di marketing [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 12 al 20 Ottobre scorso si è svolta nelle città di Milano, Torino, Biella la quinta edizione del convegno Welcome Marketing nel quadro del festival per l’Economia Interculturale. Era l’occasione per iniziare una riflessione collettiva sull&#8217;economia interculturale da trasferire in un documento disponibile per studiosi, ricercatori, aziende interessate a sviluppare una piattaforma di marketing e un piano di comunicazione che prenda in considerazione la multiculturalità crescente della società Italiana.<br />
Per noi era soprattutto l’occasione di verificare di persona l’immensità di risorse sia umane che finanziarie che rappresenta l’immigrato oggi. Ci siamo accorti, con grande soddisfazione, che siamo ormai il 4% della popolazione e produciamo  l’8,8% del reddito nazionale, per un valore di oltre 111 miliardi di euro nell’ultimo anno. Oggi, oltre un terzo delle imprese individuali è gestita da uno straniero! Ad esempio nella sola provincia di Milano si contano oltre 20mila imprenditori stranieri residenti.<br />
Un fatto è chiaro: l’immigrazione mette in circolo ricchezza. Anche se le banche tardano ad accorgersene: l’accesso al credito per gli immigrati che non hanno il passaporto italiano è ancora difficile, i prodotti bancari dedicati a noi scarseggiano ancora. Oggi è ancora difficile per un immigrato presentarsi a una banca con un progetto di business e ottenere credito.  Se all’italiano viene chiesto a volte di portare anche un parente come garante, come fa l’immigrato che si trova in Italia da solo oppure solo con moglie e figli a carico, a soddisfare un requisito simile?<br />
Oltre a questa mancanza di personalizzazione delle pratiche amministrative, bisogna anche confessare a noi stessi che il fatto che le istituzioni bancari faticano a vedere nell’immigrato un buon business case è anche una questione di reputazione, di immagine. In Italia c’è ancora diffidenza, prevale l’immagine dell’immigrato povero, che non conosce la lingua e non è in grado di organizzare il lavoro. Allora la banca che sventola a tutti che la maggior parte dei suoi migliori clienti sono stranieri oppure diffonde le varie attività imprenditoriali degli immigrati che hanno finanziato; per il momento questa banca può essere certa di perdere una parte della fiducia degli altri  clienti italiani. C’è il mito diffuso secondo il quale i soldi dati all’immigrato sono soldi o persi oppure che finiranno nel suo paese di origine. Va bene, confessiamo che ci sono stai casi di immigrati che hanno avuto dei prestiti alle banche ma che non si sono impegnati più di tanto a restituirli. Però prendere questi casi isolati come giustificativo sarebbe come dare ragione a quelli delle città del Nord Italia che non affittavano le case ai meridionali 30 anni fa! Ci sono anche quelli che restituiscono i soldi con tanto di interessi per la banca ma quelli non fanno notizia. Non si può etichettare un intera comunità in base a casi isolati. La nostra intelligenza e coerenza morale dovrebbero impedircelo.<br />
Comunque l’immigrato dovrà andare oltre e non smettere mai di costruire ponti tra la società italiana e le comunità di immigrati. Trenta anni fa, gli immigrati erano cosi in pochi che incontrare un connazionale nella stessa città sembrava un miracolo. Oggi siamo in tanti, decisi ad investire le nostre conoscenze ed abilità all’interno della società italiana. L’immigrato ha la fortuna oggi di poter confrontarsi con altre realtà presenti negli altri paesi europei. Dobbiamo solo aver il coraggio di “aggredire” la vita, di non aver paura di metterci in gioco e rispondere alle sfide che ci propone la società nella quale viviamo. Il festival è una tra le tante occasioni che abbiamo di renderci conto di quanto siamo bravi e farci coraggio. Speriamo che alla prossima edizione rappresenteremo già il 10%  del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano!</p>
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		<title>La teoria del camaleonte</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Oct 2007 14:58:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Quante volte vi è capitato di osservare i vostri vicini durante un viaggio in treno? Quante volte vi ricordate di esservi lasciati prendere dall’incantevole gioco dello spiare ogni piccolo gesto di una persona alla sua insaputa? Si sa che l’essere umano è voyeur nell’anima e molte dei successi televisivi basati su questo concetto ne sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quante volte vi è capitato di osservare i vostri vicini durante un viaggio in treno? Quante volte vi ricordate di esservi lasciati prendere dall’incantevole gioco dello spiare ogni piccolo gesto di una persona alla sua insaputa? Si sa che l’essere umano è voyeur nell’anima e molte dei successi televisivi basati su questo concetto ne sono solo la prova. Negli ultimi tempi, un po’ per colpa del freddo in arrivo, delle lunghe attese alle fermate dei mezzi pubblici, del tempo che sembra scorrere più veloce quando impegniamo la nostra mente; un pochino perché non avevo altra scelta la mattina, dato che la gente non gradisce sempre chiacchierare con il vicino mentre si reca al lavoro; beh per tutti questi motivi ho ripreso a guardare con attenzione queste persone che condividevano il mio spazio fisico. Strada facendo, ho provato a collegare i gesti delle persone all’appartenenza socio-culturale. L’avessi mai fatto! Il mio passatempo iniziale si è in un colpo trasformato in una bella sede d’osservazione della società odierna. Mi sono accorta che anche il gesto più semplice ed innocente per noi potrebbe diventare carico di diversi significati per altri. Prendiamo ad esempio il gesto di salutare a distanza una persona. In Italia, si apre il palmo della mano e chiudono leggermente le dita. Ironia della sorte, lo stesso gesto per alcuni africani significa che lo stai invitando ad avvicinarsi…Dunque quello che per una persona significa “ciao”, per un’altra persona significa “vieni”! Lo stesso per quanto riguarda il rituale delle presentazioni. Nella maggior parte delle società Occidentali, quando incontri una persona per la prima volta vi accontentate di una semplice stretta di mano, anche se a presentartela è un tuo parente oppure un carissimo amico. In Africa invece, il legame nasce spontaneamente dal contesto. Ad esempio, se un tuo amico intimo oppure parente stretto ti presenta un suo amico, dopo aver abbracciato con calore il tuo parente farai lo stesso per questa persona che stai vedendo per la prima volta. È come se il fatto di essere amico del mio parente ti promuovesse automaticamente al rango di amico anche per me. Insomma i soliti raccomandati, ma stavolta di sentimenti. Abbracciandoti gli africani di solito vogliono trasmettere il desiderio di diventare al più presto un tuo amico, partendo dal presupposto che un suo parente frequenterà solo persone per bene. Ma la cosa più buffa è di immaginarsi la stessa scena tra un africano ed un occidentale. L’abbraccio caloroso del primo che viene interpretato come troppo invadente dal secondo, la confusione del primo che oltre a stringerti la mano apre le braccia per chiuderle in un abbraccio fraterno e che rimane a volte ferito dalle freddezza del contatto con l’altro. Beh ci vorrebbe un libro di enciclopedia culturale per raccogliere tutte i codici sociali necessari per interpretare nel modo corretto i gesti delle persone.<br />
In assenza di questa banca dati indispensabile per la nostra sopravvivenza nella società cosa facciamo? Improvvisiamo e diventiamo …camaleonti!<br />
Infatti, gli stranieri imparano presto ad abbandonare alcune usanze a contatto con gli italiani. Come se mettessero alcune emozioni in “attesa” finché non arriva il connazionale oppure l’amico italiano già “integrato” nella loro comunità e che sa quale significato attribuire ai gesti. Solo che a furia di lasciare certe emozioni e comportamenti in “attesa” finiscono per essere in difficoltà al rientro nel loro paese di origine. Essendo un po’ arrugginiti nella pratica di alcuni rituali sociali, fanno un po’ fatica all’inizio a rilasciare il tasto “in attesa” che hanno tenuto premuto per troppo tempo. Allora succede una cosa ironica ed allo stesso tempo drammatica: stavolta sono loro ad essere considerati come persone fredde dai propri connazionali! Solo in quel momento capiscono che non basta tornare a casa per ridiventare la persona di dieci anni fa; e che alla loro insaputa, a forza di fare il camaleonte e di copiare alcuni tratti della società del paese di accoglienza, beh hanno finito per identificarsi in parte ad essi. L’unica consolazione è di notare che lo stesso accade all’Italiano che ha vissuto in Africa per molto tempo, e che tornato nel proprio paese, guarda la gente e si chiede stupito quante cose ha ancora in comune con loro…</p>
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		<title>Preghiera del lavoratore immigrato</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jul 2007 22:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paule Renee Etogo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bossi-Fini]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[ignore, Allah, ovunque Tu sia, rivolgo a te questa preghiera:
Signore, Allah, Buddah, che Tu sia nel cielo oppure fra le altre cose di questo mondo,
Ti prego, a volte, guardando in alto come i miei amici cristiani e altre volte con le mani e la fronte rivolti verso terra come i miei amici mussulmani. Poco importa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ignore, Allah, ovunque Tu sia, rivolgo a te questa preghiera:<br />
Signore, Allah, Buddah, che Tu sia nel cielo oppure fra le altre cose di questo mondo,<br />
Ti prego, a volte, guardando in alto come i miei amici cristiani e altre volte con le mani e la fronte rivolti verso terra come i miei amici mussulmani. Poco importa in quale modo devo rivolgermi a Te, ma che senti la mia voce. Quando guardo il mondo che mi circonda, mi accorgo di quanto le cose materiali siano effimere e futili. Di solito le persone sono ricordate per quello che hanno fatto. Questo e’ il motivo per il quale ogni volta che guardo al futuro, provo ansia. Come faccio a lasciare una traccia di me in un paese che sento mio, anche se fatico ad essere riconosciuto come cittadino? Col passare del tempo aumenta la mia paura di invecchiare in una terra nella quale sarò sempre ospite. Credo che le persone possono cambiare, migliorare, ma non dobbiamo aspettarci un miracolo. Allora il miracolo lo chiedo a Te, ovunque Tu sia… Oggi, mi rivolgo a Te pregandoti di esaudire i miei desideri.<br />
Nel Tuo nome ho rispettato il Salat ( le cinque preghiere giornaliere del mussulmano)<br />
Nel Tuo nome, ho fatto il digiuno per il Ramadan oppure per la Pasqua<br />
Nel Tuo nome, ho dato anche l’elemosina al bisognoso, anche se non avevo molto,<br />
Nel Tuo nome, ho lottato contro le passioni interne che m’impedivano di cogliere il senso profondo delle cose,<br />
Nel Tuo nome ho creduto nella giustizia che consente una pacifica e produttiva convivenza tra i popoli,<br />
Nel Tuo nome, ho sempre chiamato i miei vicini “fratelli” e non “Voi Altri”,</p>
<p>Dammi il pane quotidiano,</p>
<p>Aiutami a tenermi stretto il mio lavoro per potere spedire i soldi a casa,</p>
<p>Fai che non modifichino un’altra volta la legge Bossi-Fini1 peggiorandola. Finora ho dovuto subire i capricci dei miei datori di lavoro per non perdere il permesso di soggiorno e diventare, dopo anni di residenza, un clandestino.</p>
<p>Fai che le quote siano sempre applicabili cosi posso almeno fare venire mio fratello. Per una volta vorrei avere una persona con la quale condividere le mie gioie e dolori,</p>
<p>Fai che il decreto legislativo 2003/10/CE2 sia velocemente applicabile, cosi potrò scegliere in quale paese lavorare come gli altri residenti dei paesi dell’Unione Europea;<br />
Fai che non votino una nuova legge sui contributi che verso per la mia pensione.<br />
Sai, fino a pochi anni fa, quando il mio vicino decise di tornare in Senegal, ebbe la possibilità di chiedere i soldi (al netto senza gli interessi) dei contributi versati durante gli anni di lavoro. Dunque alla frontiera gli avevano ritirato il permesso di soggiorno, però tornava a casa con i suoi soldi. Ora e’ cambiato tutto e dobbiamo aspettare di raggiungere l’età pensionabile per riavere i nostri soldi. Per me andrebbe bene se avessi la certezza che non faranno mai una legge a hoc che dice che gli stranieri non in possesso della cittadinanza italiana non hanno diritto alla pensione…. Non si sa mai..<br />
Per il resto, che la Tua volontà sia fatta… come sempre.</p>
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