Come stai fratello?
Bondi…il buon- giorno si vede dal mattino?
Domanda semplice di cui la maggior parte delle volte sappiamo già la risposta. La cerimonia del saluto rientra nei minimi richiesti per vivere in società. Nessuno di voi ha mai fatto alle differenze culturali che si nascondo dietro un rituale cosi banalizzato e comune a tutte le società?
Qui in Italia, fateci caso, chiedere “come stai” sottintende già una risposta “bene – abbastanza bene” oppure “si va avanti”. A nessun Italiano non verrà mai in mente di rispondere diversamente al vicino che saluta. Inoltre il vicino che di solito fa la domanda, non sembra avere tante aspettative sul contenuto della risposta. Quante volte vi sarà capitato di sentirvi chiedere come state e di vedere l’interlocutore distratto mentre rispondete? La verità è che i codici sociali richiedono un certo pudore nell’esporre i problemi personali a persone che non ci sono intime oppure con le quali non abbiamo stretto particolari rapporti. Allora il saluto è diventato una “recita” durante la quale ogni attore conosce a memoria la parte che deve recitare l’altro e non si aspetta che esca dal copione socialmente prestabilito. Pensate quante volte si considera il vicino pesante e noioso per il semplice fatto che appena gli si viene posta la domanda su come sta, parte con un elenco infinito di disgrazie e mali vari. Allora di solito, dopo avere sorriso un paio di volte alle sue lamentele e finto di interessarsi alle sue faccende personali, uno scappa e pensa “che pesante! Che lagna!”
Ora pensate alle società di origine della maggior parte degli immigrati nelle quali il rituale del saluto ha un’altra connotazione e richiede l’atteggiamento opposto. In Africa ad esempio si usa fare visita al vicino solo per informarsi del suo stato di salute e per ascoltare i suoi problemi (uno dei motivi per i quali lo psicologo ha un po’ meno clientela nei paesi poveri. Infatti, molti faticano per arrivare alla fine del mese e di conseguenza non possono permetterselo, poi c’e’ il vantaggio che le sedute si fanno già in casa!). E se per qualche motivo vi siete salutati in fretta, senza scambiarvi un paio di informazioni reciproche, allora si usa chiudere con tanto di scuse e soprattutto con una promessa del tipo “dai domani che ho meno cose da fare, ci saluteremo come si deve”. Di solito alla domanda “come stai” si risponde “bene ma…” e si inizia con l’elenco delle cose che potrebbero andare meglio se fossimo stati più fortunati… Poi ci si scambiano informazioni sul modo migliore di risolvere il problema. Strano ma a volte una chiacchierata di questo genere aiuta a trovare una soluzione a problemi che fino a poco tempo fa sembravano insormontabili!
Ma questo non vuole dire che il saluto cosi come concepito sia il modo migliore di creare legami sociali. Certo, è bello poter contare sugli altri ma a patto che questa solidarietà sociale sia basata su un rapporto simbiotico (cioè con interessi e vantaggi reciproci). Quante volte gli immigrati si lamentano degli italiani per la difficoltà di creare legami veri con loro, ma altrettanto quante volte l’immigrato di fronte all’italiano recita la parte del bisognoso, anche se non è vero? Quanti di noi lavorano, hanno uno stipendio dignitoso, ma continuano a fingere di esser i più poveri, come se essere immigrato e poveraccio fossero due concetti indissociabili?
Questo non vuole dire che l’Italiano sia migliore…L’italiano ha una sua parte di responsabilità.
Infatti, è colpevole ogni volta che diffida dell’immigrato che cerca di fare amicizia con lui, e pensa “potrebbe fregarmi”, ha le sue colpe ogni volta che crede di fare un bel complimento all’amico con frasi del tipo “sei bravo, non sei come gli altri”.
Il rapporto di simbiosi e di solidarietà tra immigrati ed italiani è in corso di elaborazione. Per questo abbiamo la fortuna di poter farne un ricettacolo di valori ed emozioni che possiamo selezionare da adesso. Ma questo non avverrà finché noi immigrati non smetteremo di proporci all’italiano medio come cittadini di serie B e di aspettarci di essere trattati come tali. Solo dopo aver lavorato sulla nostra autostima, soltanto dopo averlo fatto, che apriremo un nuovo capitolo del rapporto tra immigrati e italiani, scrivendo una nuova storia di amicizia e di rispetto reciproco.






