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La teoria del camaleonte

Quante volte vi è capitato di osservare i vostri vicini durante un viaggio in treno? Quante volte vi ricordate di esservi lasciati prendere dall’incantevole gioco dello spiare ogni piccolo gesto di una persona alla sua insaputa? Si sa che l’essere umano è voyeur nell’anima e molte dei successi televisivi basati su questo concetto ne sono solo la prova. Negli ultimi tempi, un po’ per colpa del freddo in arrivo, delle lunghe attese alle fermate dei mezzi pubblici, del tempo che sembra scorrere più veloce quando impegniamo la nostra mente; un pochino perché non avevo altra scelta la mattina, dato che la gente non gradisce sempre chiacchierare con il vicino mentre si reca al lavoro; beh per tutti questi motivi ho ripreso a guardare con attenzione queste persone che condividevano il mio spazio fisico. Strada facendo, ho provato a collegare i gesti delle persone all’appartenenza socio-culturale. L’avessi mai fatto! Il mio passatempo iniziale si è in un colpo trasformato in una bella sede d’osservazione della società odierna. Mi sono accorta che anche il gesto più semplice ed innocente per noi potrebbe diventare carico di diversi significati per altri. Prendiamo ad esempio il gesto di salutare a distanza una persona. In Italia, si apre il palmo della mano e chiudono leggermente le dita. Ironia della sorte, lo stesso gesto per alcuni africani significa che lo stai invitando ad avvicinarsi…Dunque quello che per una persona significa “ciao”, per un’altra persona significa “vieni”! Lo stesso per quanto riguarda il rituale delle presentazioni. Nella maggior parte delle società Occidentali, quando incontri una persona per la prima volta vi accontentate di una semplice stretta di mano, anche se a presentartela è un tuo parente oppure un carissimo amico. In Africa invece, il legame nasce spontaneamente dal contesto. Ad esempio, se un tuo amico intimo oppure parente stretto ti presenta un suo amico, dopo aver abbracciato con calore il tuo parente farai lo stesso per questa persona che stai vedendo per la prima volta. È come se il fatto di essere amico del mio parente ti promuovesse automaticamente al rango di amico anche per me. Insomma i soliti raccomandati, ma stavolta di sentimenti. Abbracciandoti gli africani di solito vogliono trasmettere il desiderio di diventare al più presto un tuo amico, partendo dal presupposto che un suo parente frequenterà solo persone per bene. Ma la cosa più buffa è di immaginarsi la stessa scena tra un africano ed un occidentale. L’abbraccio caloroso del primo che viene interpretato come troppo invadente dal secondo, la confusione del primo che oltre a stringerti la mano apre le braccia per chiuderle in un abbraccio fraterno e che rimane a volte ferito dalle freddezza del contatto con l’altro. Beh ci vorrebbe un libro di enciclopedia culturale per raccogliere tutte i codici sociali necessari per interpretare nel modo corretto i gesti delle persone.
In assenza di questa banca dati indispensabile per la nostra sopravvivenza nella società cosa facciamo? Improvvisiamo e diventiamo …camaleonti!
Infatti, gli stranieri imparano presto ad abbandonare alcune usanze a contatto con gli italiani. Come se mettessero alcune emozioni in “attesa” finché non arriva il connazionale oppure l’amico italiano già “integrato” nella loro comunità e che sa quale significato attribuire ai gesti. Solo che a furia di lasciare certe emozioni e comportamenti in “attesa” finiscono per essere in difficoltà al rientro nel loro paese di origine. Essendo un po’ arrugginiti nella pratica di alcuni rituali sociali, fanno un po’ fatica all’inizio a rilasciare il tasto “in attesa” che hanno tenuto premuto per troppo tempo. Allora succede una cosa ironica ed allo stesso tempo drammatica: stavolta sono loro ad essere considerati come persone fredde dai propri connazionali! Solo in quel momento capiscono che non basta tornare a casa per ridiventare la persona di dieci anni fa; e che alla loro insaputa, a forza di fare il camaleonte e di copiare alcuni tratti della società del paese di accoglienza, beh hanno finito per identificarsi in parte ad essi. L’unica consolazione è di notare che lo stesso accade all’Italiano che ha vissuto in Africa per molto tempo, e che tornato nel proprio paese, guarda la gente e si chiede stupito quante cose ha ancora in comune con loro…