Il PIL a colori
Dal 12 al 20 Ottobre scorso si è svolta nelle città di Milano, Torino, Biella la quinta edizione del convegno Welcome Marketing nel quadro del festival per l’Economia Interculturale. Era l’occasione per iniziare una riflessione collettiva sull’economia interculturale da trasferire in un documento disponibile per studiosi, ricercatori, aziende interessate a sviluppare una piattaforma di marketing e un piano di comunicazione che prenda in considerazione la multiculturalità crescente della società Italiana.
Per noi era soprattutto l’occasione di verificare di persona l’immensità di risorse sia umane che finanziarie che rappresenta l’immigrato oggi. Ci siamo accorti, con grande soddisfazione, che siamo ormai il 4% della popolazione e produciamo l’8,8% del reddito nazionale, per un valore di oltre 111 miliardi di euro nell’ultimo anno. Oggi, oltre un terzo delle imprese individuali è gestita da uno straniero! Ad esempio nella sola provincia di Milano si contano oltre 20mila imprenditori stranieri residenti.
Un fatto è chiaro: l’immigrazione mette in circolo ricchezza. Anche se le banche tardano ad accorgersene: l’accesso al credito per gli immigrati che non hanno il passaporto italiano è ancora difficile, i prodotti bancari dedicati a noi scarseggiano ancora. Oggi è ancora difficile per un immigrato presentarsi a una banca con un progetto di business e ottenere credito. Se all’italiano viene chiesto a volte di portare anche un parente come garante, come fa l’immigrato che si trova in Italia da solo oppure solo con moglie e figli a carico, a soddisfare un requisito simile?
Oltre a questa mancanza di personalizzazione delle pratiche amministrative, bisogna anche confessare a noi stessi che il fatto che le istituzioni bancari faticano a vedere nell’immigrato un buon business case è anche una questione di reputazione, di immagine. In Italia c’è ancora diffidenza, prevale l’immagine dell’immigrato povero, che non conosce la lingua e non è in grado di organizzare il lavoro. Allora la banca che sventola a tutti che la maggior parte dei suoi migliori clienti sono stranieri oppure diffonde le varie attività imprenditoriali degli immigrati che hanno finanziato; per il momento questa banca può essere certa di perdere una parte della fiducia degli altri clienti italiani. C’è il mito diffuso secondo il quale i soldi dati all’immigrato sono soldi o persi oppure che finiranno nel suo paese di origine. Va bene, confessiamo che ci sono stai casi di immigrati che hanno avuto dei prestiti alle banche ma che non si sono impegnati più di tanto a restituirli. Però prendere questi casi isolati come giustificativo sarebbe come dare ragione a quelli delle città del Nord Italia che non affittavano le case ai meridionali 30 anni fa! Ci sono anche quelli che restituiscono i soldi con tanto di interessi per la banca ma quelli non fanno notizia. Non si può etichettare un intera comunità in base a casi isolati. La nostra intelligenza e coerenza morale dovrebbero impedircelo.
Comunque l’immigrato dovrà andare oltre e non smettere mai di costruire ponti tra la società italiana e le comunità di immigrati. Trenta anni fa, gli immigrati erano cosi in pochi che incontrare un connazionale nella stessa città sembrava un miracolo. Oggi siamo in tanti, decisi ad investire le nostre conoscenze ed abilità all’interno della società italiana. L’immigrato ha la fortuna oggi di poter confrontarsi con altre realtà presenti negli altri paesi europei. Dobbiamo solo aver il coraggio di “aggredire” la vita, di non aver paura di metterci in gioco e rispondere alle sfide che ci propone la società nella quale viviamo. Il festival è una tra le tante occasioni che abbiamo di renderci conto di quanto siamo bravi e farci coraggio. Speriamo che alla prossima edizione rappresenteremo già il 10% del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano!






