Attacare per primi per difendersi meglio

La scelta di attaccare l’avversario per primi è stata utilizzata tante volte dalle squadre di calcio ma comincia a diventare una strategia diffusa nelle relazioni sociali. Il caso dell’uccisione a sprangate del cittadino italiano Abdul Guiebre il 14 Settembre scorso è solo la triste conseguenza di un disagio sociale le cui radici stanno ben oltre la solita storia di cronaca. Abdul è stato la valvola di sfogo di un disagio sociale in crescita costante. Abdul è stato l’espressione della rabbia e dell’esasperazione. Certo questa rabbia è stata espressa nei modi e con gli interlocutori sbagliati ma non serve aspettare un altro Abdul per aprirci gli occhi.
Con l’amarezza di chi ha camminato a lungo sui sentieri di svariate formule culturali, dobbiamo riconoscere che la società odierna deve fare fronte alle grandi sfide della vita presente. Sfide non facili da affrontare come l’abbassamento del potere di acquisto dovuto al delta indecente che c’è tra gli stipendi e il costo della vita; come la difficoltà per le famiglie di arrivare a fine mese; come la quasi impossibilità per i giovani di aver accesso ad un mutuo. Fino a pochi anni fa la bravata di Abdul sarebbe finita con una paio di bestemmie da parte del commerciante, avrebbe brontolato e ci avrebbe forse riso su. Oggi le carte in tavola sono cambiate e la gente non può più concedersi il lusso di esser indulgente con il prossimo. L’incertezza dell’indomani, di una pensione, il forte eco mediatico con informazioni degne dell’annuncio della fine del mondo hanno contribuito ad uccidere negli italiani il seme della fratellanza. Cosa penseresti se da un lato i mass media ti facessero solo vedere persone che arrivano nel tuo paese e che, secondo loro, stanno mettendo in ginocchio il sistema di assistenza sociale; poi dall’altro lato non ci fossero mai abbastanza soldi per soddisfare le richieste delle popolazioni locali, secondo voi quale tipo di associazione subliminale stanno facendo?
In televisione nessuno vede i volti di persone simili ad Abdul, nessuno parla di quei immigrati che si sentono a volte più italiani degli italiani stessi. Infatti, il fatto che un italiano possa essere nero non è ancora entrato nel subconscio della popolazione media come lo dimostra il comportamento dei mass media che hanno continuato a parlare di Abdul come del “ragazzo di colore con cittadinanza italiana ma di origine del Burkina Faso”. Bel esempio!
Inoltre in televisione gli sbarchi a Lampedusa sono diventati la garanzia di fare audienza fingendo di fare del giornalismo. Anche se gli immigrati regolari in Italia sono più di 3 milioni e che a Lampedusa arrivano solo il 10% dei clandestini, la trasformazione dell’informazione per renderla più allarmante (e dunque più attraente) di quanto lo sia veramente ha portato una parte della popolazione ad associare l’immigrazione alla delinquenza, a coloro che chiedono sempre e non danno mai. Nella loro crociata i mass media hanno dimenticato i dati sul contributo degli immigrati al PIL italiano…Hanno dimenticato che si fanno opere di pace coloro che, per mezzo dell’informazione, eliminano lo schermo delle distanze.
Gli immigrati devono essere pazienti. La pazienza può sembrare una virtù passiva ma non lo è. Dobbiamo avere una pazienza coraggiosa ed un coraggio paziente davanti a fenomeni che molte volte ci preoccupano perché aumentano la distanza tra gli immigrati e gli italiani. Allora la pazienza diventa una forza perché garantisce la vittoria, in un futuro prossimo, della verità. L’immigrato deve anche aspettare che la gente impari a guardare il mondo che li circonda con lenti diverse da quelle che regalano i mass media. L’italiano medio ci sta arrivando, piano piano ma ce la sta facendo. E noi ci saremo quando sarà ultimata la costruzione del ponte tra Italiani ed Immigrati.

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