Corpo in Italia cuore altrove

Dopo questo mese di festività, tutti si aspettano sicuramente che parliamo dei momenti di gioia trascorsi insieme. Potremmo dilungarci all’infinito sugli auguri del Nuovo Anno, sui nuovi obiettivi, sulle grandi decisioni da prendere. Ma questo sarebbe solo puro conformismo…per l’usanza secondo la quale dicembre è un mese di felicità il cui inno deve essere cantato attraverso cene e regali vari. Il conformismo serve a volte solo a dare certezze a coloro che ne hanno bisogno per sentirsi membri perfettamente inseriti nella società. Ogni volta che abbiamo scritto, è sempre stato chiaro che non abbiamo bisogno di essere rassicurati, il nostro impegno va oltre la semplice condivisione di usanze e tradizioni. Cerchiamo di guardare oltre il muro per cogliere quel attimo sfuggente che caratterizza a volte la vita dell’immigrato. Ecco perché, pensando al tema di cui trattare oggi, è sorta una domanda spontanea a proposito del periodo delle feste….
Nessuno di voi ha mai provato ad immaginare quali emozioni provano gli immigrati in quel periodo? Per loro è veramente festa?
Le ricorrenze religiose non si traducono sempre in momenti di grande allegria per gli immigrati. Quando il tempo trascorso in Italia è più lungo di quello trascorso nella propria terra di origine, ogni festività diventa anche un momento pieno di nostalgia. Si ripensa agli amici e parenti lasciati a casa, e con i quali sarebbe stato bello festeggiare; si pensa anche ai modi in cui si festeggia a casa. Infatti in Italia c’è lo zampone e il panettone…nel paese di ogni immigrato ci sarà qualche rito oppure usanza ricorrente. Dunque la nostalgia è anche culinaria quando allo zampone preferirebbe un piatto tipico del suo paese, in cui ingredienti non si trovano in Italia.
Con l’avvicinarsi delle fine dell’anno, la nostalgia si trasforma a volte in rimpianto per le scelte fatte, per le opportunità di crescita sia professionale che personale perse per il fatto di avere immigrato. Allora il natale, il capodanno oppure la festa della fine del ramadan si riducono in una domanda: “chi me l’ha fatto fare?” Poi ci si chiede come sarebbero andate le cose se fossimo rimasti a casa.
Il periodo delle festività non è solo dedicato a pensieri negativi, c’è anche un filo di entusiasmo. Si contano ad esempio gli anni che ci rimangono prima di potere chiedere la carta di soggiorno oppure la cittadinanza; si contano i giorni che mancano all’appuntamento con la questura per la procedura del ricongiungimento di un membro della famiglia pensando “almeno l’anno prossimo saremo in due”. Qualche volta si riesce anche ad organizzare una festicciola con i connazionali a casa di uno, cercando disperatamente di creare una pallida copia dell’atmosfera che si respira nella terra di origine. Le feste sono questo misto di gioia e di dolore con il quale gli immigrati imparano presto a convivere. Riescono a convivere con sentimenti cosi contrastanti perché hanno dentro di loro l’amore che provano per l’Italia.
A qualcuno sembrerà che passiamo più tempo a criticare e non lodare, a piangere su noi stessi piuttosto di impegnarci per fare migliorare le cose. Poi qualcuno dopo avere letto i paragrafi qui sopra, si potrebbe lasciare scappare “perché non tornate a casa vostra se tutto è complicato e difficile qui?” Questa persona non avrà capito che la nostra lamentela è solo l’albero che nasconde la foresta. Questa foresta è l’amore nato per l’Italia. Si, gli immigrati amano l’Italia ed è per questo che non scappano verso i paesi dove la strada è già stata spianata da altri. Ad alcuni sarà difficile capire questa verità cosi elementare, ma di solito, più si ama una cosa, una persona, più si diventa esigente nei suoi confronti. Amare questo paese non vuole dire sciogliersi in lode infinite, per evitare il confronto e fingendo di essere quelli che non siamo. Amare questo paese significa chiedergli il meglio, ma essere anche pronti a dare molto per meritarcelo. Ecco perché siamo qui e sfidiamo con pazienza gli anni che passano augurandoci di avere la possibilità di godere dei risultati di questa testardaggine: sentirci in Italia come a casa.
Rendez-vous tra 12 mesi per guardare insieme quanta strada avremo percorso!

La storia…siamo noi

Le persone che hanno avuto la fortuna di nascere tra il 1970 e il 1980 possono sentirsi fortunate perché testimoni di eventi storici.

Chi l’avrebbe mai detto che avremo avuto la fortuna di vedere Nelson Mandela uscire di prigione? Chi l’avrebbe mai detto che saremo vissuti abbastanza a lungo da vedere anche la caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda? E la cosa incredibile è che non abbiamo mai osato sognare di essere testimone di una pagina cosi importante della politica mondiale: vivere il cambiamento del volto dell’America tramite il personaggio carismatico del meticcio Barack Obama.

Ripeto meticcio, perché nessuno deve pretendere di cancellare il fatto che non sia semplicemente un nero, ma che Obama è il frutto di un misto tra bianco e nero. Il fatto storico non sta nel fattore razziale quanto nel fatto che rappresenti al meglio l’identità delle nuove generazioni. Oggi la società è un misto infinito di razze, di colori e di religioni. Trovare nel mondo un capo di stato che faccia parte di questa nuova identità ibrida è una vittoria anche per l’antropologia culturale contemporanea. Ci conferma solo che l’essere umano è in un continuo evolversi, fattore rassicurante per la coesione sociale della società di domani.

Se il passare del tempo ci desse sempre la certezza di vivere momenti cosi decisivi della storia, allora non vedremo l’ora di invecchiare ancora ed ancora… Tanto da arrivare all’età della saggezza, quando saremo nonni e nonne e che diremo ai nostri nipoti “ Sai che c’ero e l’ho visto con i miei occhi?” e che i nipotini, con gli occhi brillanti di ammirazione diranno “Dai racconta!”. Che bello, stiamo veramente diventando parte della storia!